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Articolo 21

La verità

Le teorie della verità

Dal problema tecnico al problema filosofico

Agli sviluppi di TheoryFlow sono arrivato al punto in cui dovevo semplicemente correlare il valore di verità con una teoria affinché si potesse elaborare una sintesi logica, ovvero se data una frase, un operatore logico e un'altra frase ancora si potesse arrivare ad un valore logico specifico, sia esso vero, falso o non apofantico. Ciò mi ha portato a pensare che non ci fosse nulla di sbagliato, ma solo un lavoro logico-semantico di attribuzione a livello di backend del software non banale da implementare, se non fosse per il fatto che anche implementando una funzionalità del genere, di fatto chiunque potrebbe valorizzare qualsiasi teoria come vera e non si giungerebbe mai ad un valore di verità certo; bisognava correlare anche un contesto di tipo scientifico. Il che mi ha portato a pensare che sarebbe bastato solo correlare i dati alla verità, così che l'ipotesi data da un esperimento scientifico potesse essere la prova empirica di una descrizione della realtà. E le dimostrazioni per assurdo? E le dimostrazioni matematiche? E le dimostrazioni logiche tramite paradossi? Così non poteva funzionare... per questo si è resa necessaria l'implementazione di un sistema narrativo fittizio, qualcosa che potesse provare per finta, per assurdo un sistema vero solamente se richiuso a sé stesso, qualcosa che seguisse il filo narrativo del "e se fosse andata diversamente?".

Il paradosso della conferma (V→F)

Asseriamo dunque che un mondo fittizio sia necessario per potere giustificare una determinata teoria, come del resto è riuscito a dedurre Feyerabend in "Contro il metodo"; una teoria verrebbe così costruita in base alla contraddizione logica tra le parti. Ma in tutto ciò si dovrebbe partire a valorizzare una teoria dalla base, poiché altrimenti uno potrebbe associare a qualsiasi teoria un qualsiasi valore. Io avevo pensato inizialmente di associare ad una teoria il valore tramite la parte statistica, perché come appena sostenuto, nessuna teoria può essere valorizzata a priori. Ma la probabilità non altera il valore di verità, essa si può applicare al massimo alle sue previsioni. Non è perché una cosa succede perché è vera, ma è vera perché succede. Parafrasando l'intuizione di Aristotele che sta alla base della teoria della corrispondenza, citata in "La verità" di Giorgio Volpe: "tu non sei bianco perché la proposizione che sei bianco è vera; al contrario, la proposizione che sei bianco è vera perché tu sei bianco". Questo ci porta a capire come qualsiasi teoria possa essere vera dal momento che si possa trovare una corrispondenza con qualche credenza in cui noi crediamo; se io credo che qualcosa sia vero e costruisco degli esperimenti ad hoc per provarlo, alla fine, molto probabilmente, dimostrerò che è una cosa vera. Come per esempio, se io volessi dimostrare l'esistenza dei fantasmi tramite l'alterazione del campo elettromagnetico, io potrei farlo, poiché la credenza la pongo già vera dal momento che io vado a provare dei risultati reali. Dunque la condizione sarebbe V→F (vero che implica il falso), il cui risultato in logica classica ottiene falso come valore. Inoltre epistemicamente si potrebbe sostenere anche contemporaneamente due teorie contraddittorie utilizzando questo teorema epistemico fallace, in quanto le teorie risultano essere sottodeterminate alla verità.

Tassonomia delle teorie della verità

Per questo motivo il paradigma andava cambiato, la teoria doveva riacquisire il suo posto, bisognava trovare un punto di inizio tale da potere valorizzare un singolo segmento teorico con un valore di verità tale che potesse corrispondere alla realtà e che potesse essere verificabile. Ciò mi ha portato a considerare come in realtà non ci potesse essere un criterio assoluto, ma come la verità si dovesse adattare alla teoria, così che ognuna possedesse una propria teoria della verità. Dunque doveva essere costruita una teoria della verità tale che potesse verificare sé stessa, se non fosse per il fatto che la teoria della verità non è possibile costruirla, perché essa viene già conferita attraverso il modo con la quale la si confronta con i dati, la si può al massimo solo trovare ed analizzare. Ci sono teorie che hanno una teoria della verità corrispondentista, altre coerentista, altre ancora pragmatista, etc. Ciò che bisogna identificare di una teoria sarebbe pertanto il tipo di corrispondenza ad un tipo specifico. Ce ne sono di due tipi: quelle corrispondentiste e quelle epistemiche. Le epistemiche si suddividono in tre gruppi: idealiste, pragmatiste e coerentiste. Poi ci sarebbero ulteriori sottotipi come la teorie deflazionista, ma non è applicata dalla scienza. In altre parole, usando la teoria della verità si può verificare se essa sia vera, rendendola di fatto algoritmizzabile. Ciò che si deve fare, in soldoni, è di verificare il valre di verità per ciascuna teoria della verità applicata ad una determinata teoria. E il modo per verificare se una teoria della verità sia vera è grazie all'ontologia. Negli scorsi articoli abbiamo definito già come le teorie pragmatiste e idealiste siano escluse a priori poiché false, il che mi ha portato ad elaborare il seguente schema:

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Le teorie coerentiste bisognerebbe valutare la coerenza logica della teoria, cioè qualora ci fossero due contraddizioni tra due proposizioni bisognerebbe valutare quale delle due è falsa. Quelle corrispondentiste necessiterebbero invece di una prova empirica.

La teoria deflazionista e decitazionista sarebbero poi escluse dalla nostra macro-teoria della verità dal momento che non esistono teorie che non siano costruite ad hoc che vi si applicano, cosa che le rende inapplicabili alla scienza, o comunque valorizzabili a falso: il deflazionismo è una posizione che tende a negare l'esistenza della verità, cioè a dire che "A è vero" abbia lo stesso significato di dire "A". Il decitazionismo invece è una posizione deflazionista che sostiene che dire che qualcosa sia vero sia un modo per dire che si sostiene a prescindere dai punti di vista. Esistono diversi modi di deflazionismo, ognuno di questi cerca di equiparare la verità ad una qualche analisi per spiegarla via. Per esempio, abbiamo il deflazionismo che ritiene che dire "A è vero" si possa analizzare come "asserisco A", come detto prima. In pratica i deflazionisti ritengono che la verità sia analizzabile in termini di altre proprietà e che quindi non sia una vera proprietà da tenere in considerazione (1).

Corrispondentismo e coerentismo a confronto

Riguardo le teorie corrispondentiste, dato che bisogna effettuare la prova empirica, significa che c'è tutto quel discorso relativo ai dataset e all'ambito statistico che un tempo volevo implementare. E riguardo a quelle coerentiste già era stata valutata con gli altri articoli e post una implementazione di default in TheoryFlow, in quanto sarebbe persistito un confronto tra più teorie tra di loro. E qui salta fuori un'altra domanda: come fa una teoria coerentista senza teoria contraddittoria ad essere valorizzata? Non si può a priori e basta o esiste una risposta differente? Nel coerentismo la valutazione è all'esterno della stessa teoria. Le proposizioni della teoria devono essere tra loro coerenti, non è una valutazione rispetto alle altre teorie. Se una teoria è contraddittoria è falsa, come per esempio la psicanalisi. Di corrispondentismo esistono diverse tipologie, c'è quello di Tarski che normalmente viene impiegato poco nella scienza, ma potrebbe essere presente nelle discipline più formali. Questo è particolare perché la verità non viene data dal semplice confronto tra fatto e dati, cioè dire la verità secondo questa forma di corrispondentismo significa elencare tutte le proposizioni che corrispondono a qualche fatto. Il corrispondentismo tarskiano si può usare anche con teorie che parlano solo di linguaggi. È una teoria che si può usare in linguistica o per fare corrispondere più scienze: "A" è vero se e solo se A è vero, di cui il primo A tra virgolette indica un'espressione nel linguaggio oggetto, mentre la seconda A è il metalinguaggio; in altre parole il teorema di Tarski lo ritroviamo nella già citata parafrasi ad Aristotele usata da Giorgio Volpe ad inizio articolo.

Algoritmizzare il coerentismo: mereologia e semantica

Come algoritmizzare pertanto il coerentismo? Esso non lavora a livello di singola frase. Dunque cosa è che determina se le parti di una teoria sono coerenti tra loro? Io avevo pensato di confrontare gli aggregati mereologici tra loro in base alle proposizioni logiche, così che si riuscisse a capire se vi fossero contraddizioni tra l'inclusione e l'esclusione di determinate proprietà circa un riferimento (soggetto). E a tale scopo ho pensato che potesse essere la semantica anziché la logica a lavorare su questo aspetto, poiché il significato delle parole è quello che permette l'esclusione mereologica.

Esempio:

  1. Non posso essere nello stesso luogo in due posti contemporaneamente.
  2. Sono a casa mia e anche al lavoro nello stesso momento. Qui non abbiamo un'esclusione di proprietà esplicitamente, ma avviene unicamente per via semantica, nel primo caso "potere" ed "stesso luogo AND in due posti" fanno la differenza, mentre nel secondo caso la fanno "casa mia" e "al lavoro", poi come sinonimo per il caso univoco viene preso "contemporaneamente" e "nello stesso momento".

Le frasi potrebbero essere semplificate anche così:

  1. Non sono in due posti contemporaneamente.
  2. Sono in due posti contemporaneamente. Però la semplificazione non è così immediata e verte appunto sulla semantica, che rimane ancora una scatola nera da analizzare più in dettaglio. E ciò significa subordinare la logica alla semantica, in quanto ciò che si andrebbe a verificare sarebbe l'uguaglianza tra frasi non strutturalmente uguali perché con diverse proprietà. I teoremi di completezza e compattezza dimostrano che semantica e sintattica sono intercambiabili, almeno finché rimaniamo nella logica proposizionale di primo ordine, però le frasi 1 e 2 non utilizzano le stesse proposizioni, sono composte da proprietà simili ma diverse tra loro. Un logico direbbe che la 1 è non p, mentre la seconda è p. Ma questa associazione è fumosa, intuitiva e può portare ad illusioni logiche e a sinonimie dettate dall'ignoranza, come per esempio "contrario" ed "opposto", oppure "teoria" e "inferenza", oppure ancora "hacker" e "criminale". L'utente finale di TheoryFlow non dovrebbe avere questa libertà dal momento che se vi fosse, allora una narrativa potrebbe dirsi sempre differenza a seconda del significato attribuito, rendendo il linguaggio relativista, ignorando del tutto la sintesi tra etimologia e dibattito filosofico.

Il paradosso tropista

Leggendo "La verità" di Giorgio Volpe mi è sorta un'intuzione non banale: assumendo la verità come proprietà singolare delle proposizioni (tropismo), essendo che ciascuna proprietà è univoca per il determinato che viene assunto, si va a quantificare la verità. Il tropismo assume che non esistono gli universali e che di conseguenza si hanno più proprietà relative alle varie proposizioni. Ma questo significa adottare una posizione relativistica, ma piuttosto significa asserire che la quantità è una proprietà derivata dalla diversità delle frasi, essendo che comunque la verità può essere analizzata in quanto verità inapplicata a nessuna proposizione. Se ogni proposizione ha la sua verità, in un modo o nell'altro si cade nel relativismo stesso. Se ogni proposizione vera è vera, e se ogni proprietà è univoca, allora esistono anche verità quante proposizioni vere. E questo è un paradosso che è in grado di confutare le teorie dei tropi. I fregeani direbbero che la verità non è una proprietà, ma un oggetto e che ogni proposizione vera ha come significato, cioè come referente, questo oggetto. Altri risponderebbero che la verità è un universale. Io assumo che ciascuna proprietà sia ripetibile e che i casi isolati siano riferiti solo a casi eccezionali dove si fa finta che sia presente un ambiente isolato. In un contesto culturale come la scienza bisogna assumere pertanto le proprietà come univoche, cioè valgono per tutti i casi: per esempio, il bianco di un gessetto è lo stesso bianco del vaso perché si verte sul senso usato per essere indagato e non sulla proprietà propria spaziale in sé, che è una proprietà sottointesa spesso e che emerge magari solo una volta che si va a costituire una teoria sperimentale. Dunque io ritengo che le proprietà non siano molteplici, ma che ce ne sia una che possa formare aggregati unici a seconda di ciò che le si specifica. Io dico che la verità non sia una proprietà ma che sia il valore dato dalla capacità di un determinato aggregato mereologico di potere esistere come tale. Il problema è che in un contesto culturale bisognerebbe sempre stabilire il suo statuto ontologico, così da capire se esiste come esistenza fisica o come esistenza pre-fisica (come i numeri), e se dunque hanno le proprietà fisiche o meno. D'altrocanto mi si potrebbe accusare che se le proprietà sono ripetibili, allora sono universali; il bianco del gessetto non è lo stesso bianco del vaso perché le radiazioni di luce bianca emesse dal vaso sono diverse da quelle emesse dal gessetto e se non lo fossero sarebbero lo stesso oggetto. Però qui si ignora il fatto che si parla pur sempre di diverse gradazioni del bianco: in questo caso le proprietà del bianco sono quella di avere una misura che emette un certo valore A e quella di avere un'altra misura che emette un altro certo valore B. Le proprietà aggregate per un determinato (che è una proprietà a sua volta) esprimono le possibilità di una proprietà specifica, in questo caso quanto bianco un bianco può essere luminoso, cioè quanta radiazione può irradiare. E se fossero due proprietà distinte perché noi usiamo lo stesso termine per pura comodità? Nulla ci impedirebbe di usarne due diversi. Ma usarne uno singolo non è così banale e non è un processo imbastito a caso o per risparmio psicologico: si userebbero due nomi diversi per esprimere un medesimo concetto unito da bianco più le rispettive due misure. Il che ci riporta a considerare come in fin dei conti gli universali battano i tropismi, ma di come essi non vengano dati a priori rispetto alle proprietà che li compongono, ma di come essi siano dati a posteriori poiché provvisti della proprietà fondamentale di essere proprietà mereologiche. E la stessa proprietà mereologica è mereologicamente composta, poiché altrimenti non potrebbe autoesplicarsi ma rimarrebbe un atto di pura fede. Cosa è che pertanto batte, almeno apparentemente, la fede? La mereologia, cioè la capacità di riconoscere che un determinato aggregato sia vero o falso. Ora rimane pur sempre il problema fondamentale accennato nella sezione precedente: come si determina la verità?

La crisi della verità

Pensandoci persiste in me una convinzione che si fa sempre più salda ma che subordinerebbe ogni esperimento scientifico certo ad un macchinario che si debba autoanalizzare. In altre parole, sono sempre più convinto che la scienza necessiti di uno strumento che registra le proprietà di un esperimento per mezzo di una firma univoca che caratterizzi un determinato momento; questa potrebbe essere una firma quantistica (tramite hashing), così che si possa risalire ad un momento certo influenzato da n variabili d'ambiente che contraddistinguano quell'evento. Il problema sarebbero poi le simulazioni di tale ambiente: nel senso, uno potrebbe creare un ambiente virtuale realistico e produrre un risultato falso; il che invaliderebbe la firma quantistica dell'esperimento mandando tutto all'aria. Dunque gli esperimenti sono simulabili e non per forza reali, ma le simulazioni come si fa a farle corrispondere alla realtà senza modificare il risultato finale? Che basti renderle open source così che possano essere modificabili da tutti? Di fatto non esiste un modo per distinguere la realtà dalla simulazione e questo aspetto mi ha messo in crisi in questi ultimi mesi, cosa che mi ha portato a pensare che forse la scienza si dovrebbe concentrare sulle simulazioni anziché su esperimenti reali, premesso che nelle simulazioni vi siano le condizioni necessarie a potere replicare gli esperimenti; ma qui è un po' un serpente che si morde la coda, perché come si potrebbe verificare che una simulazione corrisponda alla realtà? Bisogna sempre dare fiducia al primo scienziato di turno che voglia solo lucrare sopra le sue teorie? Alla fine ciò che vale è avere a disposizione con le proprie mani qualcosa di fisico che si possa misurare. Quindi in fin dei conti ciò che ha importanza è solo la replicabilità dell'esperimento. Ma non tutti sono replicabili come per esempio gli esperimenti del CERN, ed inoltre esistono sia fenomeni di gatekeeping che le malattie psichiatriche gravi che possono alterare la considerazione circa la verità di un determinato esperimento. Che la soluzione al gatekeeping sia il solipsismo scientifico e che quella relativa al condizionamento psichiatrico sia un metodo saldo che possa identificare la propria sanità mentale? Per la prima forse sì, per la seconda forse no. In fin dei conti anche la psicologia dovrebbe essere dimostrata, quindi il condizionamento dovrebbe emergere unicamente tramite un'autoanalisi circa una scienza già salda e costituita. L'errore è quello di avere scienziati che si facciano mettere i piedi in testa da umanisti che vivono di etica, ovvero di fede, di tifoseria nell'essere umano, quando di per sé è proprio grazie alla scienza che nei secoli scorsi è stato possibile dimostrare che la mente umana è condizionabile ed è fallibilissima, rendendosi necessaria prima di strumenti e poi di ontologia. È il normale corso della storia del pensiero umano e la dedizione all'umanismo rimane una regressione nei confronti della cultura occidentale. Gente con lauree in materie scientifiche economia si fa dire da gente che fa pedagogia, e quindi non studia nulla, come deve pensare. Alla fine l'errore penso stia proprio nel pensare che la scienza possa risolversi da sola i suoi problemi, non ne è capace. La scienza recentemente è diventata sterile perché sono stati zittiti i filosofi della scienza, gli unici che esercitavano una funzione metacognitiva e di sistematizzazione della scienza stessa. Al loro posto ci hanno messo pedagogisti, sociologi e antropologi, per non parlare poi di avvocati e altri burocrati del genere. Distinguere un esperimento reale da uno simulato non è possibile, i dati possono anche essere tutti inventati. Allo stesso modo, non è possibile certificare che un determinato esperimento sia davvero avvenuto. L'unica cosa che permane è il lavoro di sistematizzazione lento di coloro che confrontano i risultati scientifici del presente con quelli del passato. La scienza può di per sé può fare molto poco. La verifica empirica e di conseguenza la teoria della verità corrispondentista è fallimentare perché in un modo o nell'altro i dati possono inventarli di sana pianta. Di fatto rimarrebbe pertanto solo il modello coerentista, ma rimane ancora il problema di come si possano valorizzare gli aggregati mereologici, in quanto non è possibile dire che è vero o falso a priori per poi trovare tutte le strutture più coerenti tramite permutazioni. Il modello coerentista infatti non sempre funziona e funziona solo per i linguaggi semplici. Cosa che ci porta a considerare come in fin dei conti siamo rimasti senza teorie valide della verità.

Un tentativo di risollevamento

Verso una definizione operativa: proprietà e aggregato

Parto da questa intuizione, una definizione plausibile di verità che mi sta convincendo abbastanza. La verità è il valore ottenuto dalla verifica relativa ad una determinata proprietà rispetto ad un'altra, dove le proprietà sono aggregati mereologici di altre proprietà più fondamentali. In altre parole è il valore ottenuto dal spiegare logicamente le ragioni per cui una cosa è così come è anziché essere in altri modi. Quindi fa uso sia di condizioni (se-allora), sia della subordinata causale o finale (perché). Senza questi due elementi non si può determinare la verità, poiché ogni dichiarazione rimane nel campo della possibilità ontologica. In base a questa definizione rimarrebbe unicamente il come si possa verificare che una proprietà sia di un aggregato.

Mondi possibili e il primato del mondo attuale

Il possesso delle proprietà non può essere verificato a priori. Per dire che gli unicorni sono fantastici bisogna aver prima escluso che gli unicorni non siano presenti nello spaziotempo. Stabilire in quali contesti una proposizione può essere vera non serve perché la verità che ci interessa è la verità del contesto. Poco conta che gli unicorni esistano nelle fiabe e non nella realtà, il problema in questione è che se definiamo la verità in tal modo non si ha nessuno strumento per capire se attualmente ci troviamo in una delle fiabe o nella realtà. Una nozione di verità deve privilegiare per forza il mondo attuale rispetto ai contesti narrativi, i quali devono assumere una rilevanza secondaria. Bisogna verificare che le proprietà ci siano in questo mondo. Il predicato "vero nel mondo fantastico m1" e il predicato "è vero" non sono lo stesso predicato, sono 2 predicati diversi. Il primo restringe la verità ad un contesto diverso dal nostro, il secondo non lo fa. Poi ci sono delle verità che si suppongono tali in tutti i mondi. Ad esempio in nessun mondo è possibile violare i semata dell'essere. Ogni mondo deve rispettarli per forza. La scienza poi serve per dirci come è fatto il nostro mondo. Elaborare una fisica o una chimica del mondo di Elden ring, con delle equazioni che dovrebbero valere in quel mondo, è del tutto inutile. Certo, si potrebbe fare, ma non sarebbe scienza, perché i mondi fittizi li inventiamo noi, quindi decidiamo noi a priori come siamo fatti.

L'approccio alla verità derivato dalla metafisica non riguarda mai la possibilità ma una determinazione specifica, il che porta a paradossi come quello tropistico o come quello relativistico. La risoluzione a questo problema è intendere la verità come un risultato contrapposto a quello della selettività imposta dalla proposizione, ovvero intendere la verità come il risultato della possibilità aggregativa di alcune proprietà rispetto ad altre. Gli unicorni esistono e lo possono essere in contesti fantastici, quindi possono avere lo statuto ontologico delle esistenze impossibili, il che li rende non meno veri di un cavallo. La scienza tratta di fatti e di possibilità spaziotemporali, quindi io penso che bisogna verificare due cose scientificamente parlando: che l'esistenza abbia dei campioni misurabili e che rispetti le proprietà spaziotemporali.

Lo schema ontologia → narrativa → scienza → matematica

La fisica di per sé, ovvero le proprietà spaziotemporali, sono di derivazione matematica e trovano validazione solo con i fatti, ma di per sé trovano coerenza unicamente grazie appunto alla matematica. Dunque, abbiamo: ontologia → narrativa → scienza → matematica TheoryFlow potrebbe agire a livello ontologico ed esprimersi narrativamente facendo distinzione tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è servendosi della matematica come scrematura coerentista principale, un po' come si fa attualmente con la fisica attuale, soprattutto teorica, ammettendo determinate congetture come possibilità matematiche.

Il problema che si presenta è quello che probabilmente cercavo di evitare, ovvero che persiste il problema epistemologico principale: non ci si può fidare di nessuno e nemmeno di sé stessi, quindi i dati possono essere inventati. In altre parole, il contesto scientifico che riguarda i campioni collassa su quello narrativo, perché dopotutto la scienza è narrativa. L'esperienza è una proprietà irripetibile poiché irripetibile è il "momento" esperienziale di un atto. Se qualcosa accade accade in un determinato momento e replicarlo significa riprodurne il processo e nemmeno fedelmente, poiché appunto ogni caso è spaziotemporalmente unico.

Quindi ricapitolando: ontologia → definisce l'ontologicamente possibile logica/matematica → filtra la coerenza scienza → valida sul mondo attuale narrativa → esprime tutto questo Si potrebbe pensare che possa mancare un livello tra logica/matematica e scienza che permette di definire ciò che è di questo mondo, ovvero che vada a verificare che una proprietà sia spaziotemporale e ciò che non lo è, ma di fatto è già questa scienza, poiché riguarda la validità circa il mondo attuale, il reale.

La verità come possibilità non smentita

Un'altra definizione possibile di verità che ho trovato più corrispondere al significato di credenza è questa: la verità è la possibilità non smentita. Da ciò ne consegue che è la possibilità del non falso, ovvero la possibilità circa il non apofantico, è l'impossibilità ontologica che si rende possibile tramite un ritorno alla possibilità. Dal momento che un concetto ridiviene possibile negando la negazione della non possibilità, ritorna possibile e poiché non è smentita riottiene la verità. Penso sia alla fine un'operazione svolta sull'operatore della negazione anziché sul valore di verità. La verità si dà sempre a priori, può essere confutata, e per tornare al vero basta negare-togliere l'atto negante, ma questa negazione deve essere giustificata da un'altra teoria assumibile come vera. Interessante sarebbe la costituzione di una rete di teorie che si automantiene come vera. Tuttavia in questo modo tutto rimarrebbe vero fino a prova contraria, motivo per cui questa descrizione è più adatta al concetto di credenza, ovvero una verità opinabile derivata dalla fede (opinabile purché non supportata dalla violenza atta nel mantenerla perlomeno).

Caso di studio: "l'acqua bolle a 100°C"

Dunque riassumendo, una teoria scientifica come "l'acqua bolle a 100°C al livello del mare" funzionerebbe come segue:

  1. Prima di tutto si deve verificare se la frase rientra nel possibile e per fare ciò bisogna prima confrontarla con i semata dell'essere. Acqua è una sostanza chimica composta da idrogeno e ossigeno, le sue condizioni di esistenza sono abbastanza chiare e non confliggono con nessuno di essi. Lo stesso discorso va fatto anche con "mare" e qualsiasi altro sostantivo presente nella frase. Dopodiché si passa ai verbi. L'azione di bollire è possibile? Bollire significa passare dallo stato liquido allo stato gassoso. Questa reazione chimica è stata descritta.
  2. Qual è il ruolo della scienza? La scienza fa 2 cose: assegna referenti ai nomi che usiamo nel linguaggio e descrive i processi che fanno questi referenti. Adesso ci aspetteremmo che la verità consiste nel verificare se l'acqua effettivamente bolle a 100 gradi. Ma non è così, perché pensandoci se la scienza definisse l'acqua come una sostanza chimica dotata di determinate proprietà e il bollire come un passaggio di stato fatto da sostanze ad una certa temperatura e ad un certo livello di pressione, allora la verifica sarebbe circolare. Cioè se io usassi la scienza per assegnare le parole alla natura, poi è tautologico che queste parole corrispondano alla natura, perché le ho assegnate io. La verifica empirica è quindi come essere lo sviluppatore di un videogioco e giocare al tuo stesso gioco, non incontri sorprese. Si conosce la trama, il gameplay l'ho scritto io e così via. Anche la seconda fase, dove la frase viene confrontata con le teorie della fisica e della chimica per vedere se è conpatibile, non esaurisce quindi la verità. Fase 1: confronto con l'ontologia. Fase 2: confronto con la scienza. Ora cosa ci serve? Aggiungere un confronto percettivo non è obbligatorio perché non tutte le verità sono questioni di percezione. Però io posso vedere dell'acqua bollire a 100 gradi a livello del mare, ma cosa sto effettivamente vedendo? Innanzitutto mi serve un termometro per misurare che la temperatura sia effettivamente quella. Poi vedo una pentola d'acqua bollire. Cioè vedo davanti a me il processo che la scienza ha descritto. Ormai è ovvio il fenomeno della penetrabilità cognitiva, ciò che è visibile ad occhio nudo può essere influenzato dalle proprie teorie. Quindi la percezione non è il giudice ultimo della verità. Non va esclusa ovviamente, perché se per esempio io chiedessi "su questo foglio ci sono 4 o 5 lettere?" uno potrebbe risolvere questo problema contando le lettere sul foglio usando la percezione. Inoltre escludere un organo che la natura ci ha dato per conoscere è del tutto senza senso. Quindi cosa rimane da aggiungere per avere la verità? Ontologia, scienza e percezione fanno tutte parte della verità, ma non la esauriscono. Quotidianamente diciamo che una cosa è vera se le cose stanno effettivamente così. "Stare effettivamente così" vuol dire che quello che noi diciamo corrisponde a quello che effettivamente è. Infatti noi possiamo confrontare la nostra proposizione con l'ontologia, la scienza e la percezione per vedere se ci sono incongruenze. Ma "vero" significa che noi sappiamo che quella cosa è reale. E "reale" significa che le cose stanno accadendo nel nostro mondo e non in un mondo possibile.

Pragmatismo, coerentismo e sintesi coerentista

Ora che abbiamo perlomeno una definizione coincidente della verità col reale, passiamo alla coerenza. Il coerentismo ritengo sia solo un'altra forma di pragmatismo in quanto asserisce che se la teoria stessa è coerente allora è vera. E se è coerente significa che funziona logicamente e tale funzionamento è meramente tecnico alla stregua di una dialettica di tipo fisico. Potrebbe essere dunque che la verità sia una sintesi dei mondi chiusi prodotti dal coerentismo e che ridurre tutto al funzionamento, alla tecnica, non sia altro che una forma di riduzionismo. In fin dei conti è come ridurre la coscienza a meri segnali elettrochimici ignorando la complessità che la teoria della coscienza espone. La verità pertanto è un risultato sovrastrutturale, un epifenomeno della sintesi tra mondi coerenti. Io considero la coerenza di più alto livello rispetto al funzionamento e pertanto se il funzionamento collassa allora la coerenza viene meno. Anche perché le stesse regole logiche che permettono la coerenza agiscono perché funzionano. Ciò che è essere è ciò che noi possiamo definire coerente e se è coerente per ciò che noi crediamo allora funziona. Dunque io dico che l'essere noi possiamo crederlo o non crederlo solamente tramite un atto di fede fatto di coerenze che possono o non possono corrispondere al mondo, e di cui disponiamo solo di prove pragmatiche circa il suo funzionamento. Dunque riducendo abbiamo un funzionamento che è così e non potrebbe essere altrimenti (la più minima parte è la logica e dunque la dialettica) che noi possiamo solo indagare e non discernere senza dire che si tratti di una falsità: per esempio, è assodato che V and V è uguale è V e non a F, dunque la selezione per esclusione, che è l'elaborazione logica, è di per sé un discorso (inteso come logos) coerente perché funziona, ovvero perché non potrebbe essere altrimenti. Non è possibile infatti dimostrare che possa essere altrimenti perché la dimostrazione non è creazione ma è analisi e l'analisi presenta solo una narrazione di un sistema che funziona e che pertanto è plausibile. Dunque la mia posizione si attua in questo modo: pragmatismo → coerentismo → sintesi coerentista tra mondi plausibili dove le frecce espongono unicamente un passaggio di livello ad un epifenomeno. Il coerentismo è un epifenomeno del pragmatismo e la sintesi coerentista è un epifenomeno del coerentismo. Ma per avere questi epifenomeni si rende necessaria la coscienza o comunque un elaboratore teorico. Tuttavia è il pragmatismo a rientrare nelle teorie della verità epistemiche e quindi nello stesso gruppo del coerentismo e non è possibile dimostrare che una teoria sia coerente. Il coerentismo può essere una condizione necessaria, ma non è una condizione sufficiente per la verità. Questo perché ci può ipoteticamente essere un sistema coerente che non è vero. Anche se, se esaminiamo la verità sotto il piano ontologico, un sistema non può essere completamente coerente senza essere vero, costringendo la coerenza ad essere una conseguenza e non una causa della verità. Questo problema lo andrebbe a sanare la sintesi coerentista, ovvero la sintesi tra mondi plausibili così che resistano in una scrematura darwiniana solo quelli possibili. La nuova teoria circa la verità sarebbe dunque questa: ontologia → pragmatismo → coerentismo → sintesi coerentista a livello ontologico si verificano i semata ontologici, quindi se è permesso che le parti della teoria possano esistere o contraddicono l'essere. Poi si passa al pragmatismo che è la posizione che permette di verificare se una teoria funziona. Se una teoria funziona allora può essere coerente tra le sue parti interne. Se è coerente internamente allora descrive un mondo plausibile, pertanto confrontandola con altre teorie tramite una sintesi rimane la descrizione di un mondo possibile. In pratica ciascun livello è un tassello in più che si aggiunge per andare dallo strato più elementare a quello più complesso di un sistema teorico.

Coerenza: conseguenza o causa della verità?

Affermare che la coerenza sia una conseguenza e non causa della verità però porta ad affermare che ci possano essere verità incoerenti tra loro e ciò non è possibile poiché per definizione la verità è coerente: qualora si ha una tesi contraddittoria si avrebbe una teoria falsa anziché vera. Se si dovesse pertanto ammettere un teorema del genere si annichilerebbe lo stesso concetto di verità. D'altrocanto non è che una cosa è vera perché è coerente, ma al contrario, è coerente perché è vera. Il coerentismo scambia causa ed effetto, dire che la verità è coerenza significa dire che non è altro rispetto alla coerenza, mentre la verità ha come conseguenza la coerenza, cioè se un sistema è vero sarà anche coerente, ma non è vero in quanto coerente. Dire che la verità è coerenza significa che si può sostituire il termine coerenza con il termine verità e viceversa e non avere un cambiamento di significato. Le analisi pretendono di fare questo. Quindi la coerenza è sì connessa alla verità, ma non spiega la verità. Dire che una cosa è vera rispetto ai semata è una teoria che non è coerentista. La coerenza non è con la struttura teorica interna, ma con delle caratteristiche che uno sceglie sulla base delle caratteristiche dell'essere. Anche la verificabilità viene meno. Alla fine noi quando impieghiamo la verità nella vita quotidiana intendiamo dire che ciò di cui si parla corrisponde all'oggetto del discorso. La verità in contesti quotidiani è questa. Si rende necessaria una teoria che si autodimostri però, altrimenti qualsiasi teoria della verità costituita sarà un atto di fede. E l'ontologia non basta poiché essa ammette il plausibile, non il possibile, ovvero ciò che può realmente verificarsi riproducendo un determinato evento (come asserisce la scienza). Ciò rende l'ontologia incompleta? Ovviamente no, ma solo più generica di un ambito più specifico che si rende necessario per parlare dell'esisteme, di ciò che è realmente conoscibile come mondo reale. Poi servirebbe anche una teoria che dimostri che una cosa sia realmente quella, ma penso che a questo spetti l'epistemologia con la costruzione della verifica circa un esperimento scientifico. Si tratta di una forma di sicurezza rispetto alle proprietà, campo affine sia all'ontologia che all'epistemologia in realtà, ma che definirei in altro modo. Ogni teoria scientifica deve tuttavia indicare quelle che sono le sue condizioni di verità, cioè quella che è la teoria della verità e non bisogna sovrapporre le due cose. Tuttavia, come si può dimostrare che una teoria della verità è vera se alla fine l'ontologia asserisce solo ciò che è plausibile e non ciò che è possibile e dunque certo in questo mondo? Nel senso, l'ontologia ammettendo anche il fittizio non va a definire come una teoria possa essere vera o falsa, poiché non descrive un evento specifico se non specificato, ma un fatto universale, cioè che è vero nell'essere e non in mondi chiusi e pertanto fittizi. A ciò direi che la scienza dovrebbe occuparsi pertanto anche del problema della verificabilità dei fatti, cioè che esiste almeno un'esistenza specifica tracciata in un determinato spazio in un determinato tempo (riducibile benissimo allo spazio). Ma poiché lo spazio è instabile allora ritorna il discorso della firma quantistica, ovvero della sua irripetibilità. Ma questo abbiamo già visto che è simulabile, pertanto la scienza sulla verificabilità dei fatti collassa, poiché il passato è inverificabile, rimane solo un atto di fede nelle tracce, che talvolta, ed anzi, spesso, sono soggette ad interferenze circa il rumore ambientale. E questo porta oltretutto al problema della fiducia anche verso la propria memoria: non c'è nulla che attesti che io ricordi esattamente ciò che è successo, a meno che uno nello scrupolo attui una verifica e una registrazione costante, il che porterebbe solamente a considerare una verifica sull'inalterabilità di ciò che è stato registrato. Ma qui forse siamo ai limiti del ridicolo, forse siamo già in una situazione da alzheimer e di paranoia, poiché si presuppone che una data memoria sia inconsistente. Ma non penso che sia dopotutto così impossibile in un contesto dove la scienza è un fattore internazionale e soggetto a finanziamenti. Motivo per cui ritengo che la memoria debba essere non centralizzata in un archivio ma distribuita su ciascun nodo che fa scienza, così che a seguito di un conflitto possano cambiare le carte in tavola a livello teorico. Come fare in modo che un dato non possa essere alterato? Con l'hashing tramite una blockchain, ed in questo caso si ricorrerebbe a ciò che andrei a chiamare TheoryChain. La garanzia che la memoria non sia alterata non la si ha infatti a priori, noi effettivamente manteniamo il senso di realtà confrontando il passato con il presente. In storia quello che si fa è andare alla ricerca delle fonti più remote (archeologia) per verificare se attestano la stessa cosa. Per esempio i comunisti oggi stanno negando l'esistenza del popolo ebraico, ma ci sono gli storici romani e i filosofi del periodo tardo antico che testimoniano la loro esistenza. Ovviamente ciò non vuole giustificare una posizione politica, è solo un esempio di come alla base della cultura occidentale vi sia la necessità dell'archeologia e dunque la capacità analitica scientifica rispetto ad un'esistenza in particolare.

La filosofia come truthsecurity: falsificazione sistematica

L'ontologia è ciò che consente di escludere a priori le teorie epistemiche e decitazioniste. Possiamo dire che è d'accordo con una teoria dialettica della verità, cioè dire la verità significa dire quali sono le ragioni per cui una cosa è come è. Questa teoria della verità è abbastanza per spiegare sia la scienza, sia la verità in contesti quotidiani. Quando qualcuno dice "dimmi la verità" sta chiedendo la ragione per cui le cose stanno come stanno, cioè chiede di riferire le relazioni tra i determinati che sussistono e di escludere quelle che non sussistono. Infatti una teoria della verità dovrebbe spiegare anche perché il falso è falso. Nel libro "la verità" di Giorgio Volpe, viene illustrata la teoria di Tarski che dice che il prato è verde (nel linguaggio oggetto) se e e solo se "il prato è verde"(nel metalinguaggio). Questa teoria può essere definita tautologica e ontica. Tautologica perché le condizioni di verità sono definite unicamente in base al passaggio da un linguaggio ad un altro, ontica perché "il prato è verde" è trattato come un ente fondato in sé, senza alcun rimando all'essere, e la sua condizione di verità è tale solo perché viene data come un frammento del metalinguaggio. Infatti in Tarski il linguaggio non è neanche un tutto organico, ma è considerato un aggregato di frammenti di proposizioni. Quindi vengono fatte corrispondere le proposizioni con gli enti, il che porta a considerare che Tarski si trova ancora nella metafisica.
La teoria dialettica della verità funziona così: il prato è verde perché" + caratteristiche che rendono il prato verde, ossia è composto da fusti che hanno nelle proprie cellule la clorofilla che pigmenta le foglie e i fusti di verde. La verità infatti si esprime nella pratica linguistica del domandare. È dialettica proprio nel suo svolgersi. "È vero che il prato è verde?" è una domanda.
Risposta: sì, è verde perché... caratteristiche. Oppure no, non è verde perché... caratteristiche.
Se io affermo quindi è vero che il prato è verde sto dicendo implicitamente il prato è verde perché... caratteristiche. Messa nel linguaggio delle proprietà, possiamo dire che la dicitura "è vero che" se compare in domande o in affermazioni è un operatore che serve per presentare il perché un determinato ha determinate caratteristiche, e quindi serve per illustrare le proprietà di cui è dotato e le relazioni tra queste proprietà e allo stesso tempo escludere le proprietà assenti e dire perché non ci possono essere quelle relazioni. Quindi in altre parole consiste nel verificare le proprietà di un aggregato mereologico. Dire "ragioni" non è tuttavia abbastanza specifico, rimane un termine aleatorio, perché si potrebbe chiedere come si vanno a costruire queste ragioni e saremmo ancora punto a capo. Una ragione è una giustificazione motivata, ma i motivi possono essere anche inventati, dunque abbiamo sempre il come potere verificare che una teoria sia vera o falsa. Potremmo definire la teoria della verità dialettica una verità condizionalista, poiché ciò che stabilisce se qualcosa è vero o meno, è stabilito dai vincoli imposti dalla condizione se-allora. Ma la definiamo innanzitutto dialettica perché la condizione non basta da sola, deve essere connessa dalla subordinata finale e causale "perché" (nelle domande è un avverbio), il che la rende ragionalista.
La teoria della verità dialettica è pertanto ragioncondizionalista (o condizionragionalista), per così dire. Senza questi due elementi che possano decretare la dichiarazione di una verità, ogni dichiarazione rimarrebbe nel campo della possibilità ontologica. Ciò porta a considerare che le teorie della verità fin'ora costituite altro non sono che una scrematura della falsità circa una teoria. Ciò somiglia molto al metodo attuato in informatica quando si fa bug bounty, ovvero si va alla ricerca di bug nel codice tale che sfruttando dei metodi sottoforma di tool, più il pensiero laterale, ovvero delle modalità non convenzionali di ragionamento, si riesce a sfruttare una vulnerabilità logica per ottenere informazioni o funzionalità alla quale normalmente non si dovrebbe avere accesso. Un esempio classico di pensiero laterale è questo: Problema: un uomo entra in un bar e chiede un bicchiere d'acqua. Il barista tira fuori una pistola e gliela punta contro. L'uomo dice "grazie" e se ne va. La soluzione tradizionale cerca una spiegazione legata all'acqua o alla pistola. Il pensiero laterale cambia prospettiva: L'uomo aveva il singhiozzo. Il barista se ne accorge e, invece di dargli l'acqua, lo spaventa puntandogli la pistola. Lo spavento gli fa passare il singhiozzo, quindi l'uomo ringrazia e se ne va. Il pensiero laterale consiste proprio nel non seguire il percorso logico più immediato, ma nel mettere in discussione le supposizioni implicite del problema. Altri esempi:

Riassunto della struttura conoscitiva ontologica circa la scienza

Prima di dare una sintesi complessiva del sistema fin'ora costruito, verrà riassunto qui di seguito il flusso per ciò che riguarda il riconoscimento di una teoria scientifica da una non scientifica.

1. Ontologia Fondamentale (Livello 0)

Principio centrale: l’essere è, il non-essere non può essere. Essere finito ma illimitato: il mondo ha limiti, ma nessuna frontiera ontologica inaccessibile. Determinazione dialettica delle proprietà: ogni proprietà esiste in opposizione al nulla e in relazione alle altre proprietà. Esclusione ontologica: nessuna creazione ex nihilo, nessuna sostanza separata o spirituale, nessuna idea platonica preesistente. Implicazioni:

2. Epistemologia (Livello 1)

Obiettivo: distinguere tra conoscenza scientifica fallibile e episteme certa. Episteme certa: derivata dai principi ontologici fondamentali; conoscenza assiomatica, indimostrabile ma certa. Conoscenza scientifica: fallibile, empirica, soggetta a correzione, ma coerente con l’ontologia. Criteri epistemici principali:

3. Teoria della Verità (Livello 2)

Verità scientifica: fallibile ma coerente con la realtà determinata. Verità episteme: assoluta e derivata dalla logica dell’essere.
Criterio di coerenza ontologica: una credenza è vera solo se non viola l’essere o le sue determinazioni dialettiche. Differenza chiave con Popper: la falsificabilità non è necessaria per la scientificità. Anche teorie non falsificabili (come certe interpretazioni della relatività quantistica) possono essere scientifiche se rispettano l’ontologia e i criteri epistemici.

4. Demarcazione Scienza / Pseudoscienza (Livello 3)

Scienza

Coerente con l’ontologia dell’essere. Soddisfa sensibilità e sicurezza. Non proietta miti culturali.
Può essere falsificabile o non falsificabile, ma deve rispettare i vincoli epistemici e ontologici.

Pseudoscienza

Double bind: applica paradossi pragmatici in cui l’errore non può emergere (psicoanalisi, certe ideologie). Violazione ontologica: postulazione di esistenze con statuto ontologico impossibile, creazioni dal nulla, sostanze separate, o idee platoniche. Proiezione culturale: il sistema teoretico si basa su miti o ideologie più che su realtà determinata. Indipendenza dai dati: l’accettazione o rifiuto dei dati non altera la "verità" interna della teoria (autoconferma sistemica).

5. Applicazioni pratiche

Di seguito verranno riportati alcuni esempi di applicazioni pratiche.

Teoria/pratica Valutazione ontologico-epistemica Categoria
Intelligenza emotiva/intelligenze multiple Non rispettano sensibilità e sicurezza, derivano da proiezioni culturali Pseudoscienza
Fat studies (interpretazioni ideologiche) Violano coerenza ontologica: salute fisica e obesità negano fatti biologici; proiezione culturale Pseudoscienza
Relatività generale/LQG Non falsificabile in certi ambiti, ma coerente con ontologia determinata; sensibilità e sicurezza rispettate Scienza
Creazionismo Violazione ontologica: creazione ex nihilo Pseudoscienza

Bob e una scienza che non funziona

Bob, un nostro personaggio di fantasia, arrivò in laboratorio alle sette di un martedì grigio, quando l'umidità si era infiltrata nelle pareti e l'aria condizionata, rotta da giugno, emetteva solo un ronzio basso e intermittente che sembrava provenire da sotto il pavimento. Accese le luci al neon, una dopo l'altra, con il ritmo lento di chi non ha fretta di vedere ciò che lo attende. Sul banco di lavoro, uno spettrometro di massa acceso da ventiquattro ore. Il campione 47/B, acqua di falda prelevata due settimane prima nei pressi di un'area industriale dismessa a Ravenna, mostrava picchi anomali di composti aromatici policiclici. Ma quando cercò di replicare la misura, il picco scomparve. Controllò il log: la taratura risaliva a quarantacinque giorni prima, eseguita da un tecnico esterno di cui conosceva solo il nome, Davide, e la sigla sul certificato. In quel momento Bob non lo sapeva, ma stava attraversando tutta la tassonomia delle teorie della verità senza mai alzare lo sguardo dal monitor bluastro.

La domanda che si poneva era semplice, quasi imbarazzante per uno scienziato del suo calibro: quel dato è vero? I corrispondentisti risponderebbero affermativamente, purché il discorso coincida con l'oggetto. Il picco esiste se una molecola lo produce. Eppure la corrispondenza non si verifica mai in diretta; passa sempre attraverso una mediazione che la deforma. Lo strumento traduce la realtà in segnali elettrici, il software in numeri, il tecnico, o magari un'IA, in una tabella. Ogni passaggio è un filtro, una traduzione, una possibile tradimento. Valutare il sottotipo corrispondentista significa chiedersi: a quale livello della catena si ferma la verifica? Alla molecola, al segnale, o al numero? La risposta, nella pratica, oscilla senza ammetterlo. Un chimico direbbe che la verità è nel campione; un informatico che è nel file CSV; un manager che è nel report consegnato al cliente. Nessuno ha torto, e tutti si contraddicono senza saperlo. Da sempre chi cerca la verità si è scontrato con il problema della mediazione. La corrispondenza tra il discorso e l'oggetto sembra un'ovvietà quotidiana: dire che fuori piove è vero se fuori piove davvero. Appena si entra in un laboratorio, però, l'ovvietà si dissolve. Il discorso non tocca mai l'oggetto; tocca solo una sua rappresentazione, un segno, un dato. La verità quotidiana, quella del corrispondentismo ingenuo, diventa un ideale lontano. Un orizzonte che si allontana di un passo ogni volta che si fa un passo avanti.

I coerentisti propongono una via diversa. Per loro il vero è ciò che coerisce con un sistema di proposizioni. Se il picco anomalo si inserisce in una teoria dell'inquinamento da solventi, allora è vero; se contraddice tutto ciò che sappiamo sulla chimica dei terreni di quella zona, è falso. Qui però si inverte la relazione causale con una disinvoltura che suona quasi come una malizia. La coerenza non genera la verità; la verità, quando esiste, produce coerenza. Pensare il contrario equivale a credere che l'ombra di un albero sia la causa del tronco, o che il sudore sia la ragione dello sforzo. Un errore che si commette spesso quando si ha fretta, quando i dati devono quadrare prima della fine del mese, quando il progetto europeo scade a dicembre e nessuno vuole spiegare al committente perché i risultati non tornano. Bob aveva visto colleghi costruire castelli di coerenza logica su fondamenta di sabbia. Uno aveva dimostrato, con una eleganza matematica, che un certo inquinante non poteva essere presente in quella falda. Tutto quadrava: la chimica, la geologia, le statistiche. Poi un secondo laboratorio, con uno strumento diverso, aveva trovato il composto. La coerenza del primo era stata perfetta, eppure falsa. Perché la coerenza è una proprietà del sistema, non della realtà. Un romanzo poliziesco è perfettamente coerente, eppure è finzione. A questo punto vale la pena soffermarsi. La coerenza logica è una condizione necessaria ma non sufficiente. È il collante che tiene insieme un edificio, ma non garantisce che le fondamenta poggino su roccia. Bob, nel suo lavoro quotidiano, si trova a verificare la coerenza logica tra più proposizioni. Controlla che i numeri non si contraddicano, che le curve di calibrazione siano monotone, che i blank non mostrino picchi dove non dovrebbero. Ma la coerenza logica non garantisce la verità empirica. I numeri possono essere coerenti e inventati. Le curve possono essere monotone e tarate su uno standard sbagliato. I blank possono essere puliti perché il campione è stato diluito oltre misura. La coerenza è una trappola seducente: promette sicurezza e offre solo consistenza interna.

L'ontologia non si occupa di stabilire se quel picco esista davvero in quel campione. Si chiede se sia possibile, in linea di principio, che esista. Ammette il fittizio senza difficoltà. Un inquinante inventato ha lo stesso statuto ontologico di uno reale finché non si verifica empiricamente. L'analisi teorica esige una verifica ontologica circa i semata, i segni attraverso cui la realtà ci raggiunge, e una rilevazione delle fallacie logiche nelle inferenze che collegano i segni alle cose. L'ontologia ci dice cosa è plausibile; l'epistemologia ci dice come verificarlo. Confonderle è il primo passo per trasformare una congettura in un dogma, e un dogma in una carriera. Per secoli l'etere ha avuto pieno diritto di esistenza ontologica. Era plausibile, coerente con le teorie della luce, utile per i calcoli. Nessuna verifica empirica diretta lo smentiva. Poi vennero gli esperimenti di Michelson e Morley, e l'etere scomparve. Non perché fosse logicamente contraddittorio: l'epistemologia lo aveva semplicemente scavalcato. L'ontologia da sola non basta. Anzi, è pericolosa quando si crede che bastare. Una lezione che Bob avrebbe dovuto ricordare mentre guardava il campione 47/B.

Le teorie idealiste e pragmatiche, che si annidano nella famiglia epistemica, procedono per sottrazione con una pulizia chirurgica che inquieta. L'idealista riduce il vero all'idea che ne abbiamo; il pragmatico a ciò che funziona. Entrambe finiscono per valorizzare a falso intere classi di proposizioni. Se una verità non è utile, o non è chiaramente pensabile, viene relegata nel limbo del falso. È una comodità metodologica che paga un prezzo alto: la possibilità stessa di essere smentiti, che è il sale della ricerca. Bob non aveva mai letto James o Dewey, ma sentiva il loro respiro ogni volta che un capo gli chiedeva: "Questo dato ci serve per la relazione?" Ogni teoria della verità che non si dimostri da sé, che non chiuda il cerchio della propria fondazione, resta in fondo un atto di fede. Lo ammettono in pochi. Si preferisce parlare di fondamenti, di assiomi, di paradigmi. Dietro c'è sempre una scelta non giustificata, un punto di partenza preso per buono perché altrimenti non si potrebbe iniziare. Bob, quel martedì, aveva fiducia nell'autorità che aveva certificato lo strumento. Argumentum ab auctoritate. Non conosceva Davide, non aveva verificato le sue competenze, non aveva assistito alla taratura. Aveva semplicemente letto un PDF con una firma digitale. Sufficiente, per quel giorno, a farlo lavorare. La fiducia nell'autorità si trasferisce senza soluzione di continuità alla teoria scientifica che giustifica lo strumento. Bob credeva nella spettrometria di massa. Non l'aveva inventata lui, non l'aveva verificato atomo per atomo. La accettava come cornice entro cui leggere il mondo, una cornice che gli era stata consegnata insieme alla laurea. Da lì passava alla fiducia negli strumenti di misura: che il rilevatore non si fosse deteriorato, che il vuoto fosse sufficiente, che la temperatura fosse stabile entro i parametri. Ma come verificare se le misure sono effettive? Si può confrontare con un secondo strumento, certo. Il secondo strumento richiede a sua volta una taratura, che richiede un terzo, e così via. La regressione non si ferma; si sposta solo su un piano più costoso. La calibrazione è sempre approssimativa. Lo strumento ha un'intolleranza, un margine di errore che il costruttore dichiara ma che nessuno può verificare su ogni singola unità. Quella mattina il calibro non scorreva liscio. Un'ipotesi che presuppone un modello teorico falso porta a misure false, quindi a dati senza senso. Bob lo sapeva: se la teoria dei picchi di massa fosse errata, tutto il suo lavoro sarebbe carta straccia. Non poteva verificarla. Non aveva tempo, né risorse, né competenze per ricostruire la fisica degli acceleratori di ioni. Doveva fidarsi. Il problema si complica quando si considera che lo stesso strumento, nelle stesse condizioni, può dare risposte diverse a seconda di chi lo usa. La pressione con cui si chiude il campione, l'angolo di inserimento della siringa, la temperatura delle dita che tengono il vetro. Dettagli che nessun protocollo racconta, che si trasmettono solo per osmosi nei laboratori, da un tecnico all'altro, con nomi propri e aneddoti. Davide, quello della taratura, aveva lasciato una nota nel log: "Attenzione alla valvola di scarico, tende a bloccarsi dopo le 14:00". Una nota che non c'era nel manuale. Una nota che Bob lesse solo dopo aver perso due ore a capire perché la pressione non scendeva sotto i 2e-5 mbar. E i dati? Possono essere inventati di sana pianta, generati, costruiti ad hoc, inseriti correttamente o invalidati appositamente. Bob pensò al caso di Anil Potti, il ricercatore che aveva falsificato i dati sui tumori per anni, pubblicando su riviste prestigiose. Nessuno aveva controllato l'inserimento. La fiducia nell'inserimento dei dati è l'anello più debole della catena. Si può verificare la coerenza logica tra più proposizioni, sì. Si può controllare che i numeri non si contraddicano. Ma la coerenza logica non garantisce la verità empirica. I dati, una volta inseriti, possono essere generati, costruiti ad hoc, inseriti correttamente o invalidati appositamente. La stessa frase, ripetuta, assume un tono di accusa.

La verifica empirica richiede che l'esperimento sia universale, che chiunque, dotato delle stesse risorse e conoscenze, possa replicarlo. Bob sapeva che la conoscenza relativa alla produzione del dato è patrimonio ristretto, custodito in manuali interni e in memorie di tecnici in pensione. E la reperibilità delle risorse? Lo spettrometro costava quanto un appartamento a Bologna. I reagenti standard erano in esaurimento a causa di una crisi della supply chain. L'impossibilità di replicazione sperimentale per mancanza di risorse non è un'eccezione; è la norma in gran parte della scienza contemporanea. Chi può replicare l'esperimento del LHC in un garage? Chi può verificare i dati di un telescopio orbitante senza essere l'ESA? Anche quando le risorse ci sono, la replicazione fallisce. La crisi della replicabilità in psicologia, in medicina, in biologia ha mostrato che esperimenti pubblicati su riviste di alto impatto non resistono a una seconda occhiata. Non per malafede, spesso. Per la variabilità dei protocolli, per la pressione a pubblicare risultati positivi, per la complessità dei sistemi viventi che sfuggono al controllo. La conoscenza relativa alla produzione del dato è un mosaico che si perde pezzo per pezzo. Un caso che Bob ricordava bene: un articolo su Nature del 2014 che descriveva un metodo per trasformare cellule T in cellule staminali. Il metodo era semplice, elegante, replicabile. Due anni dopo si scoprì che i dati erano stati manipolati. Le replicazioni avevano fallito, ma nessuno le aveva pubblicate finché un blog di biologi non raccolse le segnalazioni anonime. La scienza ufficiale taceva e la rete parlava.

C'erano poi le verifiche secondarie, quelle che nessuno legge ma tutti dichiarano di aver fatto. La non proiettività: il dato non deve essere una proiezione delle aspettative, dei miti, dell'umore dell'operatore. La sensibilità: lo strumento deve rilevare ciò che dichiara di rilevare. La sicurezza: il protocollo deve garantire che nessuno alteri il campione. Queste tre verifiche potevano coincidere con un mito. Il mito del guardiano vigilante, dello strumento infallibile, del ricercatore oggettivo. Un mito utile, forse necessario, che si racconta nelle relazioni finali per rassicurare i finanziatori.

Bob si accorse che stava costruendo una catena di atti di fede. Fiducia nell'autorità, nella teoria, negli strumenti, nell'inserimento dei dati. E alla fine, la fede nei dati, un edificio di carta, sospeso su pile di sabbia. Eppure funzionava, la maggior parte delle volte. Funzionava perché c'era una comunità che lo sorreggeva. La peer review, l'open source, l'orizzontalizzazione della ricerca erano tentativi di distribuire la responsabilità. Abolire la censura, rendere trasparenti i metodi, sottoporre tutto al giudizio collettivo. Ma anche qui, la fiducia si spostava: dalla macchina alla comunità, dal singolo al molteplice. E la comunità, a sua volta, era fatta di persone stanche, competitive, soggette a finanziamenti.

Il passato restava inverificabile, le tracce si degradano nel rumore ambientale, un dato registrato sei mesi prima, su un server di un laboratorio tedesco, era già sospetto. La scienza è un fattore internazionale soggetto a finanziamenti: rischio di alterazione o censura della memoria scientifica. Chi paga decide cosa è rilevante, cosa è urgente, cosa è meglio dimenticare. La storia della ricerca sul tabacco, quella sui clorofluorocarburi, quella sui farmaci antidepressivi mostrano come la memoria scientifica possa essere piegata, selezionata, amputata. Non serve una cospirazione, basta una valutazione del rischio, un taglio al budget, o un editor che rifiuta il revisione. E la memoria individuale? Bob non aveva alcuna garanzia di ricordare esattamente come aveva preparato il campione 47/B. La fiducia nella propria memoria è forse l'atto di fede più ingenuo, quello che si ripete ogni mattina guardandosi allo specchio. I bias cognitivi, la suggestione, il desiderio di conferma alterano i ricordi senza che ce ne accorgiamo. Un testimone oculare è sicuro al cento per cento, eppure sbaglia nel settanta per cento dei casi. Bob doveva fidarsi della propria memoria per ricostruire la catena del campione. Una catena che, a pensarci bene, non esisteva. Solo frammenti, odori, sensazioni tattili. Il click della porta del frigorifero campioni. Il rumore della pompa a vuoto che raggiungeva il fondo scala. Si era parlato di firma quantistica, di irripetibilità dell'evento nello spazio-tempo come prova di autenticità. Un tentativo elegante, quasi poetico. Tuttavia l'evento firmato quantisticamente è simulabile e la verificabilità collassa. Occorrerebbe una registrazione costante della memoria, e poi verificare l'inalterabilità di ciò che è stato registrato. Ma chi verifica il verificatore? Un regresso senza fine, una torre di Babele costruita con registri e log che nessuno legge. Anche se qualcuno li leggesse, dovrebbe fidarsi dei propri occhi.

Da qui la proposta della TheoryChain, la blockchain di TheoryFlow. Una memoria della scienza non centralizzata ma distribuita su ogni nodo che fa scienza, con hashing tramite blockchain per garantirne l'inalterabilità. Non risolve il problema della verità; rende però il tradimento più costoso. Non elimina la fiducia, ma la sparpaglia, piuttosto, su mille nodi. Ogni nodo possiede una copia, ogni modifica è tracciata, ed ogni inserimento rimane visibile. È una soluzione tecnica a un problema che in fondo è antropologico; un problema di corruzione, di pigrizia e di paura. La TheoryChain funziona così: ogni esperimento, ogni dato, ogni revisione viene sottoposto a un algoritmo di hashing che produce un'impronta univoca. L'impronta viene registrata su una blockchain distribuita, accessibile a tutti i nodi della rete scientifica. Se qualcuno altera un dato, l'impronta cambia, e la rete lo segnala. Non impedisce la frode prima che avvenga, ma la rende immediatamente rilevabile. Non garantisce che il dato sia vero, ma garantisce che non sia stato alterato dopo la registrazione. Un passo indietro rispetto all'illusione della verificabilità totale, un passo avanti rispetto all'oscurità in cui operiamo ora.

Bob chiuse il file del campione 47/B. Non aveva risolto nulla. Il picco anomalo restava lì, sospeso. Sullo schermo, il cursore lampeggiava. Fuori, la pioggia aveva lasciato una striscia di fango sulla soglia del laboratorio. Lasciamo che qualcun altro pulisca, pensò. Tornò al campione 48/C, che attendeva da tre giorni, con un'etichetta storta e un odore di solvente che non riusciva a identificare. Davide, intanto, aveva scritto una mail che Bob non aveva ancora letto.

Questo racconto riassume dopo tutto ciò che la teoria della verità non riesce in fondo a risolvere, la questione della ragione come risoluzione della fede, un elemento non solo presente nella scienza, ma anche in economia e in generale in tutte le discipline che non presuppongono una diretta sensazione dei sensi come negli sport, poiché si correla un movimento ad una sensazione. Finché si rimane nello sport funziona, ma se si dovesse andare a parare nella scienza il problema della fede riemergerebbe. Che la cultura sia pertanto tutta una questione di fede? C'è bisogno di un protocollo che correli un avvenimento con le sue informazioni, di modo che vadano a risanarsi tutti gli atti di fede, ma di questo protocollo ne parleremo successivamente. Per ora questa è la mappa generale delle teorie di verità con i relativi problemi (in rosso):

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